Lega al palo, non tira il Carroccio pentastellato
Riportiamo l’articolo pubblicato su “Lo Spiffero” il 16 giugno 2016
Sotto la felpa un corpo macilento. La Lega prega san Gaudenzio, il battagliero convertito che con le sue prediche evangelizzò i pagani novaresi riottosi al Verbo. “Chi domenica non va a votare, per cinque anni poi non parli se la città non funziona”. Come i preti che un tempo celebrando il matrimonio ammonivano “se qualcuno ha qualcosa da dire parli ora o taccia per sempre”, Matteo Salvini avverte gli elettori di Novara, dove la Lega ha concrete possibilità di strappare il municipio al Pd e intestarsi la vittoria in una delle principali città del Nord. Se, come appare possibile, Alessandro Canelli – candidato voluto da Salvini e dal segretario piemontese Riccardo Molinari (assai meno dall’ala cotiana) e dai due ieri supportato nell’ultimo miglio – sfratterà il piddino Andrea Ballarè da Palazzo Cabrino, sarà l’unica vittoria che la Lega del nuovo corso potrà intestarsi in Piemonte.
Quella nella città di San Gaudenzio avrà il sapore intenso della riconquista per il partito che quando ancora era nelle mani di Umberto Bossi qui ha visto l’allora enfant prodige dei lumbard Massimo Giordano vincere al primo turno nel 2001 e bissare il successo senza passare dal ballottaggio anche cinque anni dopo. Avrebbe lasciato pochi mesi prima della scadenza del mandato per andare a fare l’assessore regionale nella giunta di Roberto Cota. Quelle elezioni, nel 2011, sfuggirono alla Lega che pur partiva (in coalizione con il Pdl) in vantaggio al primo turno su colui che avrebbe poi vinto, incarnando l’immagine di uno dei più promettenti Renzi boys, in verità appannatasi prima di quanto si potesse immaginare. Lo sconfitto da Ballarè di allora, Mauro Franzinelli, è il capolista della Lega di Canelli oggi. E quel sindaco per quasi dieci anni approdato poi in Regione, resta uno degli uomini di maggior peso nel centrodestra a trazione leghista nella città che pur annoverando un presidente della Repubblica tra i suoi figli illustri, più che alla Dc di Oscar Luigi Scalfaro (o al Psdi di Franco Nicolazzi, seppur fosse della vicina Gattico) associa la sua immagine politica più vivida a quella di feudo storico del Carroccio.
La vicinanza con Milano ha sempre fatto da valore aggiunto e oggi, con il derby politico della Madunina giocato fino all’ultimo voto tra Giuseppe Sala e Stefano Parisi, questo asse potrebbe rinsaldarsi. Anche a questo guarda con lucida determinazione Salvini che, pur impegnato (senza molto successo) a Roma e con l’occhio più rivolto alla Francia di Marine Le Pen anziché al Monviso dell’ampolla bossiana, sa bene come mettere una bandierina verde nella seconda città del Piemonte valga più di mille strette di mano con la leader del Front National o di qualche saluto romano di troppo di CasaPound.
Evidente, quindi, l’importanza di vincere a Novara. Più che comprensibile l’esortazione-avvertimento lanciata dal palco aggiungendo che “noi ce la mettiamo tutta, con onestà, con coraggio, con trasparenza, perché in democrazia l’occasione ce l’avete domenica”. Ce l’hanno gli elettori, ma anche il vertice leghista che a poco meno di cento chilometri, nel capoluogo, non ha certo fatto faville. È pur vero che il candidato su cui Salvini ha puntato dopo lo strappo con Forza Italia, il notaio Alberto Morano, si è piazzato terzo dopo Piero Fassino e Chiara Appendino incassando l’8,39% ma è altrettanto vero che la Lega è rimasta ferma al 5,79%, un punto in più rispetto a Forza Italia che negli obiettivi di Salvini, non solo a Torino, avrebbe dovuto pagare uno scotto maggiore per il tradimento dell’alleanza.
Se già fin dall’inizio della campagna elettorale era chiaro l’obiettivo di Novara per la Lega, questo non era solo dato dal fatto che a Torino non c’era partita, ma anche perché a nessuno, incominciando da via Bellerio, è mai sfuggito il potenziale di quell’eredità ancora viva dell’era Giordano da poter mettere a frutto contro un Ballarè lontanissimo dallo smalto di inizio mandato. Vincere a Novara sarebbe anche un modo per mascherare almeno in parte i problemi che ci sono a Torino (il commissario Sebastiano Fogliato già sfiduciato), dove oltre al risultato non certo edificante, pesa in una Lega già di per sé debole anche la presa di posizione di Salvini sul ballottaggio.
Alzare il tono con la sostanziale indicazione di voto a favore della candidata del M5s non è piaciuto a molti. Qualcuno, incominciando dal capogruppo uscente e primo degli eletti Fabrizio Ricca, di votare Appendino dice chiaramente di non pesarci proprio. E sulla stessa linea, pur con distinguo e opportuni silenzi pubblici, pare attestata la prima linea locale: dalla vecchia guardia cotiana (l’ex segretaria Elena Maccanti e l’ex capogruppo Mario Carossa, entrambi ancora molto influenti) ai “giovani turchi” Alessandro Benvenuto e Stefano Allasia. Per non dire della minoranza “ganciana” che, pur non essendo riuscita a riportare in Sala Rossa Roberto Carbonero, non intende assecondare una deriva grillina: “Un conto è presentarsi come opposizione intransigente, ma in grado di fornire risposte di governo alternative, un altro è apparire come la versione subalterna di una opposizione di sistema, terreno in cui l’egemonia dei grillini è indiscutibile”, argomenta un dirigente di quell’area uscita sconfitta dal congresso ma ancora in grado di seminare dubbi nella base dei militanti.
Se Morano, pur incoronato da Salvini candidato (anche) della Lega, avesse voluto condividere quanto detto dal leader del Carroccio avrebbe avuto mille occasioni, ma si è guardato e si guarda bene dal farlo. Ad oggi l’unico esponente leghista di spicco che voti a Torino ad aver annunciato il suo sostegno alla grillina, creandole pure qualche malcelato imbarazzo, è Mario Borghezio. Con Forza Italia attaccata alla flebo di Silvio Berlusconi e, a Torino Osvaldo Napoli all’usato sicuro di Fassino, chi si aspettava una mobilitazione dei leghisti verso la Appendino come indicato da Salvini (ma lui a Torino non vota, né ci vive) dovrà mettersi il cuore in pace. La vecchia Lega, quella che piace anche a Gianna Gancia e nella quale lady Calderoli vede il suo futuro (e non solo lei), quella che senza indulgere a nostalgie bossiane non vuole morire lepenista, tantomeno con il funerale officiato con guardie d’onore di CasaPound, quella Lega guarda a Novara. E a Torino, agli interessi di bottega, giacché nel caso vincesse la Appedino il Carroccio porterebbe un consigliere in meno in Consiglio. Insomma, lo sguardo dei leghisti pare ignorare le stelle.


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