Italicum, i collegi non si toccano
Riportiamo l’articolo, a firma di Stefano Rizzi, pubblicato su “Lo Spiffero” il 28 luglio 2015
Tempi strettissimi e spazi di manovra altrettanto ridotti per eventuali modifiche ai collegi elettorali dell’Italicum. Il messaggio arrivato dal governo, tramite il sottosegretario Angelo Rughetti, è chiaro: ventiquattr’ore non di più per eventuali proposte che dai territori, tramite i parlamentari, dovranno approdare in Commissione Affari Costituzionali chiamata a sua volta ad esprimersi entro il primo agosto sullo schema della determinazione dei collegi predisposto dall’esecutivo.
Un parere, quello della commissione, non vincolante: se il governo di Matteo Renzi decidesse di non tenere conto delle richieste di modifiche potrebbe farlo, semplicemente, inviando all’organo parlamentare una relazione con le motivazioni della scelta. Questo, unito al rischio di innescare un effetto domino difficilmente controllabile, ha ridotto all’osso le istanze che sono uscite dalla riunione ristretta che il segretario regionale del Pd Davide Gariglio ha avuto con alcuni esponenti del partito in rappresentanza dei territori e delle componenti e alla quale ha partecipato anche il segretario provinciale torinese Fabrizio Morri. La sensazione è che i margini di cambiamento siano limitati, pressoché nulli: la soluzione più semplice sarà quella di non toccare nulla.
Sull’altro fronte, quello di Forza Italia, un summit a due tra il coordinatore regionale Gilberto Pichetto e il commissario provinciale Carlo Giacometto, esperto di meccanismi elettorali, si è concluso con una inevitabile presa d’atto: “Si è scelta un’articolazione nel solco del Mattarellum. Peccato, si è persa l’occasione di ridisegnare la distribuzione dei collegi tenendo in maggior conto le omogeneità socio-territoriali. D’altra parte – concludono – è una legge fatta su misura per il Pd”.
Eppure, a dispetto di quanto sostengono i vertici berlusconiani, proprio nel partito democratico si sono agitate – e non ancora del tutto placate – le acque per via della nuova carta geografica su cui giocare la partita delle prossime elezioni politiche. L’epicentro di un terremoto che, con scosse più o meno intense, interessa gran parte della regione è nel Canavese. Da qui il Pd locale ha lanciato un appello al premier: non si frantumi il nostro territorio in tre collegi. “Non bisogna certamente essere dei grandi esperti e conoscitori di questi territori per comprendere le evidenti incongruenze di queste definizioni di collegi – si legge nella nota del coordinamento del Pd del Canavese e Chivassese -, l’alto Canavese viene inserito in un collegio con realtà che, pur facendo parte della Città Metropolitana di Torino, non ha mai avuto e non ha alcun legame e corrispondenza sotto il profilo amministrativo e degli interessi specifici di territorio. Analoga considerazione può essere avanzata per Chivasso che insieme a Settimo Torinese, è stata inserita nel collegio con Moncalieri, Nichelino e Rivoli: città e territori divisi da Chivasso addirittura da una realtà cittadina di notevoli dimensioni qual è la città di Torino”.
A fronte di una suddivisione che, nello schema del governo, accorpa Ivrea e l’Eporediese alle Province di Biella e Vercelli nel collegio “Piemonte 02”, l’Alto Canavese (Rivarolo), Venaria, Giaveno (Val Susa) e Pinerolo nel collegio “Piemonte 03” e Chivasso, insieme ai collegi uninominali di Settimo Torinese, Moncalieri, Nichelino e Rivoli nel “Piemonte 06″, il Pd giudica proprio il caso di Ivrea «ancor più grave. Questa città e il suo territorio sono stati inseriti con le Province di Biella e Vercelli. Con queste province, che sono divise da Ivrea anche da forti tratti orografici, non esistono convergenze, affinità e competenze amministrative e politiche comuni almeno dai tempi dell’Unità d’Italia” rimarcano i dem canavesani. ” Inoltre Ivrea e il suo territorio fanno parte della Città Metropolitana di Torino. La collocazione in un collegio esterno alla Città Metropolitana di Torino costituisce una incomprensibile soluzione, ma anche una preoccupante limitazione nella logica della costruzione di una Città Metropolitana forte e coesa”.
Una bella gatta da pelare, senza dubbio. Non la sola, anche se ad oggi sembra che gli sforzi e le pressioni dem siano concentrate proprio sulla richiesta di recuperare Rivarolo scongiurando quella immanente frammentazione del Canavese. Critiche alla nuova geografia elettorale arrivano, in maniera decisa, anche dal coordinatore di Rifare l’Italia Mario Sechi. “Visti qui dal Piemonte, e quindi nelle loro ricadute sulla nostra regione, quei collegi non funzionano – afferma tranchant il “giovane” turco -. Il risultato del sistema che assegna al Piemonte 8 collegi plurinominali, nei quali si distribuiranno i 46 seggi (25 per la lista vincente) basato sul criterio del numero di abitanti, da un minimo di 450.000 ad un massimo di 650.000, è sconcertante. Si finisce per ignorare e disconoscere ogni altra considerazione sulle caratteristiche dei territori, a cominciare dagli aspetti di omogeneità socio-economica e storico-politica che, peraltro, la stessa legge delega individua quali criteri di riferimento”.
Per Sechi “gli otto collegi proposti dal ministero dividono territori, in particolare della provincia di Torino, caratterizzati da una storica omogeneità, penso in particolare al Canavese ed alla zona ovest della prima cintura di Torino e prevedono aggregazioni assolutamente contraddittorie, come l’area sud di Moncalieri abbinata al Settimese o come Collegno inserita all’interno di uno dei due collegi di Torino città o, uscendo dalla provincia torinese, come Vercelli associato a Ivrea e Biella”. Meglio sarebbe stato per Sechi arrivare a 12 collegi, come peraltro consigliato da uno studio della Luiss. “E se questo non è, ovviamente, possibile anche ragionando sugli 8, una più attenta analisi della caratteristiche dei territori potrebbe consentire aggregazioni più coerenti e logiche con tali caratteristiche: di sicuro riaggregando i territori del Canavese, restituendo Collegno alla sua storica collocazione nella zona ovest e ricollocando Moncalieri e Settimo nelle rispettive aree di appartenenza”.
Se su questo punto sembrerebbe concentrarsi l’azione dei parlamentari al momento dei pareri e delle proposte da fare in commissione, altri mal di pancia sembrano restare senza soluzione. Uno di questi concerne il nuovo collegio che sfiora il limite massimo di abitanti fissato, ovvero quello delle province di Alessandria e Asti. In casa dem ci sarebbe chi non disdegnerebbe un alleggerimento, assegnando a Cuneo una parte dell’astigiano, ovvero della zona di Nizza Monferrato e Canelli, ma sempre nello stesso Pd – dove ogni parlamentare tira l’acqua al suo mulino per rafforzare la propria area di influenza elettorale – c’è pure chi fa notare come al momento di tracciare i confini sarebbe stato virtualmente possibile anche assegnare Casale Monferrato a Vercelli, facendo leva – per superare lo spacchettamento della provincia alessandrina – sui rapporti e la vicinanza storica con la provincia risicola.
Confini, linee sulla carta, numero di abitanti, ma alla fine tutti questi parametri finiscono per portare a dei nomi: quelli dei parlamentari uscenti intenzionati a ricandidarsi e a quelli che ancora in Parlamento non ci sono, ma ambiscono ad arrivarci. Perdere una fetta di feudo elettorale, conquistato o potenziale, può significare vedere Montecitorio solo in televisione. Togliere un pezzo di territorio a un concorrente equivale a calare l’asso a briscola. Anche se il rischio che la partita vada a monte, neppure tanto remoto c’è. L’errore riscontrato nelle simulazioni dell’Italicum che porterebbe in almeno due collegi (uno in Veneto e l’altro in Puglia) ad avere collegi con più di nove seggi, ovvero il limite fissato per legge, deve in qualche modo essere corretto. Come? “È una questione delicata e complessa” ammette il senatore bersaniano Federico Fornaro, profondo conoscitore dei sistemi elettorali, ma anche uno strenuo sostenitore dei collegi limitati a non più di 400 mila abitanti e severo critico dell’Italicum. Se per correggere il baco si rendesse necessaria una modifica della legge, con il relativo ritorno in commissioni e in aula “si aprirebbe il vaso di Pandora” assicura Fornaro. Un vaso da cui non uscirebbero certo rose e fiori per il Pd di Renzi.


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