Dopo Parigi, Torino cosa fa?
-Redazione- Piangiamo i morti e siamo solidali con le vittime. Tutte le vittime, a partire da quelle di Parigi fino a tutte le vittime della guerra e delle violenze nel mondo. Condividiamo le parole del Santo Padre: compiere una violenza nel nome di Dio è una bestemmia. Compiere un attentato o distruggere una vita è cosa inaudita ed inaccettabile. Ovunque.
Pur non volendo discutere di materie specialistiche (essendo necessaria una adeguata formazione), rimane un fatto. La necessità di reagire, domandandosi anche come. Per svariate ragioni, ci troviamo ad avere a che fare con migliaia di persone sparse sul territorio europeo (e non solo) e pronte ad uccidere senza pietà. Mentre la Francia provvede a rispondere già con le armi, riteniamo che il primo modo, meno violento (ma altrettanto efficace), per far smettere questa Terza Guerra Mondiale a pezzi sia “semplicemente” di smettere di vendere o contrabbandare armi a popoli o gruppi armati, che, poi, ammazzano tanti poveretti o li portano a morire. Sempre che non valga il motto del film, in cui recitò Alberto Sordi: “finché c’è guerra, c’è speranza”.
E in casa nostra, In Italia e a Torino? In primis dobbiamo considerare, girando per le strade, che le nostre comunità sono diventate multietniche. E, se da una parte, il rispetto per le identità culturali altrui è necessario, dovremmo iniziare ad aver rispetto per la nostra identità. Trascurare o tralasciare le nostre radici, in nome di una presunta tolleranza, non è né utile né comprensibile. Dunque si lasci il crocifisso nelle scuole, si permetta alle scuole di visitare le mostre in cui c’è un crocifisso. E, poi, bisogna provvedere alla integrazione culturale, a partire dall’insegnamento obbligatorio della lingua italiana a chi viva in Italia (come accade in tanti Paesi). E, in un secondo momento, non si disprezzino le culture di altri popoli, i loro sentimenti e il loro credo. Naturalmente finché il credo non si chiami violenza ed odio.
Secondo punto, connesso con i flussi migratori. Prima cosa: se non siamo in grado di garantire dignità a queste persone, iniziamo a ripensare al nostro modo di agire e a differenti politiche di aiuto. Seconda cosa: una questione di giustizia. Ci sono singoli e famiglie di immigrati, che si sono integrate, lavorano onestamente, pagano le tasse. Queste persone vanno tutelate. Sempre per giustizia va garantita la dignità di ogni persona. Però è necessaria una gestione diversa di chi arriva nel nostro Paese. A partire dalla identificazione. Ci sono 8.000 persone che sono già sparite nel nulla in Piemonte. Dove sono andate? Non possiamo non trovare una risposta. Ancora di più dopo i fatti di Parigi. Al di là delle tante parole, cosa fanno gli Amministratori Locali ed il nostro Governo? Perché non si può lasciare sempre tutto al buon cuore dei volontari, che fanno di tutto (e di più) per sopperire alle mancanze croniche di ogni genere a cui siamo abituati (e per fortuna che ci sono!!!).
Al solito il silenzio – al di là delle commemorazioni – dei politici è assordante. Vorremmo evitare di sentire risposte o vedere lacrime in seguito ad inattese esplosioni o sparatorie. Attendiamo (poco) fiduciosi


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