Intervista a Carlo Costalli, presidente del Movimento Cristiano Lavoratori
Riportiamo l’articolo-intervista a Carlo Costalli, presidente del Movimento Cristiano Lavoratori, scritto da Marco Margrita e pubblicato sul sito articolotre.com
-Marco Margrita- “Apprezzo – dice – la spinta propulsiva che il mio concittadino Matteo Renzi ha impresso al processo riformatore, anche se non è accettabile voglia fa passare chiunque non ne condivide le proposte concrete come un passatista avversario delle riforme. Troppo spesso ha dimostrato di considerare i corpi intermedi, che sono una delle ricchezze della storia italiana, come un intralcio alla sua inesorabile marcia verso il nuovo. Basta pensare a certe, quantomeno imprudenti, affermazioni sul sindacato”.
Insomma, secondo lei, Renzi si sente troppo “uomo solo al comando”?
“Il leaderismo, la abbiamo visto in altri lidi politici, è un approccio insufficiente. Può funzionare dal punto di vista elettorale, ma basta per imprimere una svolta politica. Serve altro, noi cattolici siamo portatori di un sapere antico sull’importanza della comunità e della democrazia. Renzi immagina un rapporto diretto tra leader e popolo (che così, però, è un’entità astratta, deprivata di quella trama di legami ed opere che lo fa essere concretamente tale). Lo si vede anche nel rapporto con il Parlamento, che troppe volte vorrebbe condurre per mano come se fosse la sua personale Leopolda. Ciò detto, non possiamo non augurarci, al di là degli eccessi retorici e propagandistici, che il cammino delle riforme sia il giusta mix tra ponderazione e velocità”.
Quali sono i temi su cui vede particolarmente debole il nostro premier?
“Sul paino interno quello del lavoro, a livello di politica estera l’assenza di una visione chiara sull’area del Mediterraneo e sul Medio Oriente. Sul primo aspetto, dobbiamo registrare che il Job Act rimane una promessa, di cui si devono registrare continui rinvii. Sul secondo, non c’è una riflessione sull’azione che possiamo giocare, anche rispetto alla drammatica questione dell’immigrazione, sullo scenario Mediterraneo su cui abbiamo storicamente un’influenza. Molto grave, poi, che sulla condizione dei cristiani, da Mosul alla Siria, non si sia sentita nessuna parola dal Governo”.
Lei ha accennato all’immigrazione, un fenomeno certo molto sentito dagli italiani…
“E proprio per questo è imbarazzante che se ne senta parlare solo da Alfano, Salvini e dal Papa. Davvero il premier non può andare oltre qualche battuta?”
Il Presidente del Consiglio, però, sembra avere idee molto chiare rispetto all’allentamento della morsa del rigore comunitario.
“Anche qui bisogna fare chiarezza. Sicuramente bisogna coniugare il rigore con le politiche della crescita, ma questo non può significare, come giustamente ricordano i popolari europei, cedere alla politica socialista del debito. Non si può soprassedere sulla razionalizzazione della spesa, lucrare qualche consenso su generiche affermazioni interventiste in economia. Come Movimento, proprio volgendo lo sguardo all’Unione Europea, siamo soddisfatti dell’indicazione dell’europopolare Junker a Presidente della Commissione Europea. Si è rispettata, in questa, la volontà degli elettori che hanno scelto i partiti che fanno riferimento al PPE”.
Ma quale alternativa possiamo immaginare, e quale ruolo possono giocare i cattolici?
“Il centrodestra italiano è sicuramente frantumato. Ad occhio, non si può che prospettare una non breve traversata nel deserto. Bisogna, però, ricostruire una fisiologica democrazia dell’alternanza. L’orizzonte a cui guardare è sicuramente quello del popolarismo europeo, che dovrebbe avere un unitario riferimento italiano. Per far questo bisogna partire dai contenuti, e i cattolici italiani hanno molto da dire e da dare, specie se non si autorecludono in una subalternità culturale. Sono due gli avversari da battere creativamente: la tentazione populista e la deriva relativista. Bisogna saperci essere, partendo dalla testimonianza, nel senso e nella prospettiva di una vocazione maggioritaria. Bisogna mettersi in azione per creare un cantiere popolare, che non parta dal leaderismo e dalla meschina stechiometria degli organigrammi. Non possiamo stare a guardare: l’Italia ha bisogno dei cattolici, i cattolici hanno bisogno dell’Italia”.


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