Immigrazione in Piemonte. Considerazioni per un documento programmatico
Negli anni 80, quando a Torino prima e poi nel resto del Piemonte la presenza di stranieri extracomunitari incominciò a farsi via via sempre più consistente, il fenomeno dell’immigrazione dai paesi poveri verso l’Italia venne visto con allarme dapprima per i problemi di sicurezza e di degrado urbano che comportava. Qualcuno ricorderà a Torino Via Buniva, le risse, il chiasso, gli interni degli stabili danneggiati e cosparsi di immondizia dagli abitanti stranieri di alcuni appartamenti, l’incendio scoppiato in un condominio. Chi abitava nella via protestava per i disagi e per i pericoli, chiedeva aiuto. Alcuni iniziarono a vendere casa e a traslocare e allora si scoprì che gli immobili si erano deprezzati e dovevano essere ceduti per somme anche al di sotto del valore catastale. Poi il fenomeno si estese a un intero quartiere, quello di San Salvario… Intanto, con l’aumento della popolazione straniera, si sviluppava rapidamente in Piemonte quell’insieme di attività irregolari e in parte illecite, così diffuse nelle città dei paesi in via di sviluppo, noto come ‘settore informale’: dalla vendita di merci per strada allo spaccio di droga alla prostituzione…
Negli anni 90, ma soprattutto dopo l’11 settembre 2001, un secondo motivo di preoccupazione sorse con la scoperta che il terrorismo internazionale aveva basi, attività e cellule in Italia e in particolare nelle regioni del nord e che l’islam integralista veniva predicato in molte moschee e centri di cultura islamica educando la popolazione musulmana al disprezzo e al risentimento nei confronti della civiltà occidentale e delle sue istituzioni.
Nella seconda metà di questo decennio si è andato evidenziando un ulteriore problema: l’esistenza di comunità straniere, specialmente asiatiche e africane, portatrici dei valori tipici delle società d’origine, patriarcali, autoritarie e gerontocratiche, inconciliabili con quelli che guidano la società italiana. Non poche famiglie immigrate sono intenzionate a rispettare in Italia le istituzioni che, a tutela di quei valori, prescrivono violazioni dei diritti fondamentali della persona.
Così si è capito che l’integrazione economica è solo una tappa di un processo che, per rendere la presenza di stranieri in Italia un fenomeno positivo o, se non altro, non problematico, si deve completare con l’assimilazione ai valori fondanti del paese ospite. In altre parole, la famiglia straniera più integrata e ben accetta può celare comportamenti istituzionalizzati sconvolgenti: dalla reclusione domestica alle punizioni fisiche, incluso l’omicidio, dal matrimonio infantile alle mutilazioni genitali femminili.
Da qualche tempo, infine, cresce la preoccupazione per la sostenibilità dei costi economici di cui la collettività si deve per forza far carico a causa della popolazione immigrata sia essa regolare e integrata o clandestina e dedita ad attività illecite.
Ci si domanda se l’apporto al PIL nazionale, e regionale, degli immigrati compensa la quantità di risorse dedicate ad essi a vario titolo: le istituzioni preposte alla realizzazione del processo di integrazione e assimilazione; i servizi sociali, se garantiti a tutti i familiari di ogni lavoratore straniero che paga tasse e contributi e a ogni individuo che li richieda a prescindere dalle condizioni della sua presenza nel nostro paese; l’ordine pubblico e la sicurezza; i provvedimenti in favore delle vittime di violenze, discriminazioni e limitazioni delle libertà personali, che vanno dal soccorso alle immigrate prostitute al contrasto alle istituzioni tradizionali di cui sopra.
Esaminate nel dettaglio, ciascuna di queste voci rivela la necessità di interventi complessi, onerosi, prolungati nel tempo.
Non ci si deve illudere che nuove politiche regionali e nazionali possano eliminare o anche soltanto ridurre drasticamente i problemi e i loro costi. L’ammontare di risorse pubbliche e private richiesto è e resterà elevato almeno nel medio periodo. Ma si può e si deve evitare che lieviti ulteriormente e, cosa altrettanto importante, occorre che venga impiegato in modo più efficace e risolutivo e più attento agli interessi e alla dignità degli assistiti, siano essi autoctoni o stranieri.
Il primo requisito per l’attuazione di politiche regionali efficaci è l’esatta conoscenza della situazione e la sua corretta analisi. Sembrerebbe talmente scontato da non meritare di parlarne, ma non è così.
Un caso recente tra i tanti di errata interpretazione dei dati risale a gennaio quando il Segretario Generale della CEI Monsignor Crociata, rispondendo al Presidente del Consiglio che affermava esserci una correlazione tra criminalità e popolazione immigrata, ha sostenuto che i dati forniti dall’ultimo Dossier statistico sull’immigrazione redatto dalla Caritas italiana dimostrano invece che il tasso di criminalità tra i cittadini italiani e tra gli immigrati è uguale.
In realtà i dati utilizzati mettono a confronto il tasso di criminalità dell’intera popolazione italiana e quello riscontrato tra gli immigrati regolari, escludendo quindi i clandestini. Anche così l’obiezione della CEI è infondata. Infatti il tasso di criminalità tra gli italiani è 0,7%, mentre quello degli immigrati regolari è 1,3%, vale a dire quasi il doppio. La controprova è fornita dai dati sulla popolazione carceraria: i detenuti in Italia sono circa 65.000; 24.000, pari al 37% del totale, sono stranieri (il che vuol dire, per inciso, che il sovraffollamento delle carceri non esisterebbe senza i detenuti stranieri).
A margine di quanto detto e in risposta alle prevedibili obiezioni, occorre quindi spiegare innanzi tutto che l’accoglienza ha un costo e se deve essere illimitata anche il suo costo è illimitato. In nome del “valore dell’accoglienza”, i cittadini piemontesi sono disposti, ad esempio, ad accettare un aumento delle imposte regionali per far fronte alle accresciute spese sanitarie? In alternativa, sono disposti ad accettare tempi d’attesa ancora più lunghi degli attuali per potersi sottoporre a esami clinici e interventi?
Prof.Anna BONO


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