Legittima difesa: giustizia, non giustizieri
Riportiamo l’articolo, a firma di Stefano Rizzi, pubblicato su “Lo Spiffero” il 15 novembre 2015
Far West? In qualche modo invocato o apertamente temuto, l’uso delle armi per reagire a quelli che un tempo si chiamavano topi d’appartamento, ma che la cronaca nera vede tramutarsi sempre più spesso in efferati rapinatori e, altrettanto sovente, in spietati assassini sarà uno dei temi caldi della prossima campagna elettorale per rinnovare le amministrazioni in grandi città come in piccoli Comuni.
Pur archiviando come becera sparata l’esibizione televisiva di una semiautomatica impugnata dall’europarlamentare Gianluca Buonanno – “è lui un pistola” il commento più affabile ricevuto – vero è che la Lega su una legittima difesa meno sbilanciata a favore dei delinquenti punta non poco e lo farà sempre più con l’approssimarsi delle amministrative. Non da sola.
“Non voglio vivere in un Paese che condanna l’eccesso di legittima difesa. Voglio vivere in un Paese che condanna l’illegittima intrusione” ha sintetizzato la pasionaria berlusconiana Daniela Santanchè. Passando per Fratelli d’Italia, scesi accanto con Giorgia Meloni al benzinaio vicentino indagato per aver ucciso un rapinatore armato di Kalashnikov, il centrodestra da mesi denuncia un’interpretazione giudiziaria (quasi) sempre sfavorevole alla vittima di ladri o rapinatori che reagisce e reclama una legge che non porti inevitabilmente a ribaltare i ruoli, facendo finire in galera chi è stato preso di mira dai malviventi. “Noi siamo convinti che difendersi sia un diritto e non un reato. In nessun paese civile chi si difende viene incriminato. Difendere la propria casa, la propria famiglia, la propria comunità oltre a essere un diritto da difendere è anche un dovere”, ha detto recentemente il capogruppo del Carroccio alla Camera Massimiliano Fedriga chiedendo la calendarizzazione della proposta di legge leghista in cui viene cancellato il reato di eccesso colposo di legittima difesa.
Dal Pd, rispetto a posizioni rigidissime fino a non molto tempo fa (in parte ancora sostenute da alcuni parlamentari) qualche cosa si muove. Di fronte a uno dei tanti dibattiti seguiti all’uccisione di un ladro da parte del pensionato di Vaprio D’Adda, sorpreso mentre dormiva dal delinquente, un pregiudicato, il responsabile sicurezza del Partito democratico Emanuele Fiano aveva twittato “Chi di noi non avrebbe difeso la propria casa, la propria famiglia? Tutti! Ma la soluzione non è il fai da te della sicurezza”, aggiungendo poi che “certo, bisogna comprendere le ragioni di chi ha sparato, investire sulla sicurezza, sulle forze dell’ordine, sulla prevenzione, sulla certezza della pena. Ma investire su meno stato e più armi per la campagna elettorale di qualcuno questo mai”.
Un binomio, quello legittima difesa-cabina elettorale, che viene respinto anche dal viceministro alla Giustizia, Enrico Costa: “Sono sempre più convinto delle necessità di aprire una discussione sulla legittima difesa, ma la questione va affrontata come eventuale necessità di rivisitare e aggiornare una norma giuridica e non per farne un manifesto politico”. Che poi, come spiega allo Spiffero il numero due del dicastero di via Arenula, rischierebbe addirittura per finire come un bastone tra le ruote del Carroccio: “Nel 2006 la legge venne modificata proprio su proposta della Lega che aveva il ministro della Giustizia e fece dichiarazioni trionfalistiche. Adesso dice che quella legge fa schifo e va cambiata. Ora chiunque può cambiare idea, però credo che le estremizzazioni non vadano bene”. Va, invece, avanti “finalmente nelle sedi istituzionali e non solo sui giornali come effetto di fatti cronaca” la discussione delle proposte di legge presentati da vari gruppi parlamentari “e dobbiamo – dice Costa – verificare se nelle norme attuali ci sono lacune e se sì colmarle. Quello che non deve accadere è la strumentalizzazione della questione, né tantomeno far passare come eroi quelli che uccidono per legittima difesa. Serve, piuttosto un’analisi seria”.
Il parlamentare monregalese di Ncd, per sviluppare il ragionamento, parte da un dato evidente: “La criminalità è cambiata e va cambiando: una volta il ladro entrava quando aveva una ragionevole certezza che la casa fosse incustodita e se per caso qualcuno c’era e accendeva la luce il malvivente scappava. Oggi il ladro diventa sempre più spesso rapinatore, talvolta potenziale assassino, come purtroppo è accaduto anche recentemente. A fronte di questo lo stato psicologico del cittadino che si trova davanti al malvivente, muta di molto e cambia la sua reazione. Di questo occorre tenere conto nella legislazione. Insomma, non possiamo pensare che il cittadino che si sveglia con i ladri in casa possa attenersi alle linee guida”.
Altro problema che diventa argomento di scontro politico, ma anche tra poteri dello Stato è quello dell’interpretazione della norma da parte dei magistrati. “Tutte le norme lasciano spazio all’interpretazione ed è proprio su questo che il legislatore deve intervenire, per limitare gli spazi interpretativi, per garantire che ci sia chiarezza su quello che il cittadino può o non può fare. Soprattutto quando si trova in determinate situazioni”. Per Costa, inoltre “occorre che la legittima difesa, quando ne ricorrono le condizioni, venga riconosciuta già nel corso indagini preliminari. Oggi in troppi casi si demanda tutto al processo, invece ci sono verifiche, accertamenti e analisi che possono essere fatte già nella fase delle indagini preliminari, evitando in molti casi che il cittadino indagato eviti il dibattimento e l’attesa di anni per essere prosciolto”.
Dopo aver incassato il successo dell’inasprimento delle pene minime per il furto in abitazione che, insieme al divieto di bilanciamento delle aggravanti con le attenuanti, garantiranno pene certe e non la scappatoia per evitare la galera come oggi accade, per la maggioranza si profila una revisione della legge sulla legittima difesa. “Se si trova la sintesi tra le varie proposte e si arriva a un testo di modifica che tenga conto delle necessità e non certo dei fini elettorali di qualcuno i tempi potrebbero anche essere meno lunghi del previsto” spiega il viceGuardasigilli. “Per una nuova legge ci vorrà non meno di un anno, ma usando il buonsenso per arrivare a una soluzione condivisa, si potrebbe inserire la norma nel testo della riforma del codice penale, attualmente in commissione al Senato abbreviando di non poco l’iter”.


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